Perché gli obiettivi non bastano (e cosa altro serve)
- Luigi Ranieri
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min

(Articolo tratto dalla mia Linkedin Newsletter interamente consultabile qui)
Prima di presentarvi un modello ("Le 4 travi del Long Mindset individuale") e due esercizi al riguardo, volevo condividere in questo articolo una storia di coaching vissuto (tratta dai miei appunti e con il benestare della coachee) che può anticipare bene i concetti che seguiranno.
La storia di Marta - il cantiere invisibile
Marta aveva trentotto anni e lavorava come responsabile marketing in una tech company milanese. All’inizio, era brillante, creativa, piena di idee. Ogni trimestre lanciava campagne innovative, e ogni trimestre ne usciva svuotata. Viveva con l’ansia di dimostrare, convinta che la prossima iniziativa avrebbe finalmente “sbloccato” il riconoscimento che cercava. Ma quel momento non arrivava mai.
Quando iniziò un percorso di coaching con me, disse una frase che suonava come una confessione:
“So fare mille cose, ma non so più bene perché le faccio. Questo lo percepisco da un po' di tempo, e mi fa stare un po' male.”
Durante le prime sessioni emerse un pattern tipico del bias dell’urgenza: Marta ormai decideva solo sotto pressione. Non pianificava, reagiva. Aveva perso la capacità di “vedere lontano”. Eppure, dentro di lei, c’era un’intuizione profonda: sentiva che la corsa continua stava erodendo qualcosa di più prezioso del tempo: la sua identità.
Il lavoro con lei si concentrò su un principio semplice ma rivoluzionario: riconnettere azione e intenzione. Concordammo che ogni sera si sarebbe richiesta la stessa frase:
“Cosa oggi ha avuto valore anche se non ha avuto risultato?”
All’inizio le sembrò un esercizio inutile. Ma dopo due settimane, cominciò a notare un filo conduttore: riconobbe che i momenti che più le davano energia erano quelli di collaborazione e apprendimento, dove poteva lavorare in modo innovativo e imparare nuove technicalities.
Era la scoperta di un cantiere invisibile, quello della propria crescita.
Rileggendo le sue note, Marta disse:
“Mi sono accorta che stavo lavorando più per la mia immagine che per il mio impatto.”
Fu il punto di svolta. Da lì cominciò a ridisegnare il suo tempo. Creò rituali settimanali di riflessione, introdusse momenti di feedback reciproco con il team, imparò a distinguere tra “fare tanto” e “fare che conta”.
Certo, incontrò alcune resistenze da parte di alcuni manager della sua azienda, che volevano risultati e li volevano subito. In particolare, volevano che impiegasse il suo tempo per produrre performance subito. Ma Marta rese espliciti i priori intenti, il cambiamento che stava cercando di perseguire (tenne duro insomma!), e nel giro di pochi mesi, la percezione del suo ruolo cambiò. Non perché producesse di più, ma perché produceva con direzione. La sua energia era diventata selettiva, non dispersiva.
Come scrive James Clear in Atomic Habits (2018):
““You do not rise to the level of your goals. You fall to the level of your systems.””
Il suo sistema era diventato il Long Mindset applicato: piccole decisioni quotidiane coerenti con un orizzonte più grande.
Cosa ci insegna Marta e la sua storia?
Sì ok, ha sperimentato il passaggio da urgenza a intenzionalità, ma questo cosa significa per noi, ora?
La risposta che mi do e che vi propongo è la seguente.
Il Long Mindset, in fondo, è questo: unire costruzione visibile e costruzione invisibile, risultati e senso, gestione del tempo e identità. Ma perché ciò accada, bisogna prima imparare a vedere i cantieri che non si vedono, a partire dalle 4 "travi" che costituiscono le fondamenta di una mentalità orientata al lungo periodo.
Le 4 travi del Long Mindset individuale
Vedile come le quattro travi del Long Mindset (i punti di equilibrio tra presente e futuro). Sono le seguenti:
1. Trave dell’intenzionalità È la capacità di dire “sì” solo a ciò che è coerente con la direzione scelta. Non è una questione di volontà, ma di chiarezza. Ogni volta che reagisci a un’urgenza esterna, riduci lo spazio della tua direzione interna. Come scrive Daniel Goleman, “l’attenzione è la valuta della leadership”. Decidere dove la spendi è la forma più alta di autodeterminazione.
2. Trave della costanza Non esiste crescita senza ripetizione. Ma la ripetizione, da sola, non basta: serve coerenza di scopo. Carol Dweck, in Mindset (2006), distingue tra fixed mindset e growth mindset: il primo cerca conferme, il secondo cerca progressi. Il Long Mindset è la versione temporale di questa logica: non importa quanto sei bravo oggi, importa quanto sei disposto a migliorare domani.
3. Trave della pazienza attiva La pazienza non è passività. È la forma più raffinata di forza, perché permette di costruire mentre sembra che non succeda nulla. Erich Fromm, già negli anni ’60, la definiva “l’arte di vivere nel tempo intermedio”. In azienda, questa trave si traduce nella capacità di mantenere una rotta strategica anche quando il mercato chiede risposte immediate.
4. Trave della fiducia nel processo Senza fiducia, il lungo periodo collassa. Fiducia nel proprio percorso, nel team, nel tempo. La ricerca McKinsey Global Institute 2020 ha mostrato che le organizzazioni che adottano una cultura di learning agility — dove errore e sperimentazione sono ammessi — crescono più velocemente nel lungo termine. La fiducia, come capitale invisibile, è un moltiplicatore: senza di essa non c’è apprendimento, solo controllo.
Esercizio: il Long Horizon Canvas
Il pensiero lungo non è solo un’idea da interiorizzare. È una competenza da progettare. E come ogni competenza, richiede strumenti, rituali e metriche. Il Long Mindset si costruisce attraverso la pratica: non nasce da un’illuminazione, ma da un sistema che orienta le scelte quotidiane.
A tal fine, l'esercizio che propongo, il Long Horizon Canvas, servirà per visualizzare la propria traiettoria nel tempo.
Immagina un foglio bianco diviso in due assi:
sull’asse verticale, il tempo (oggi → 7 anni);
sull’asse orizzontale, il livello d’impatto (personale → team → organizzazione); la colonna organizzazione è dedicata solo a chi ha un grado di impatto significativo nell’organizzazione dove lavora (C-Level, board aziendale, imprenditori).
Ogni casella è un punto di incrocio fra tempo e impatto. L’obiettivo non è riempire il foglio, ma disegnare la coerenza tra ciò che fai/fate e ciò che vuoi/volete che duri.
Il Long Horizon Canvas nasce dalla mia esperienza nel coaching e nel team coaching e da un principio: le persone si sentono più motivate quando percepiscono progressi significativi in attività significative. Ma nel contesto dell’urgenza, questi progressi corrono il rischio di diventare invisibili. Il Canvas serve a renderli visibili nel tempo.
In un certo senso, è l’antidoto alla miopia temporale: ti costringe a nominare ciò che spesso resta implicito: la direzione.
Usato individualmente, diventa uno strumento di auto-coaching: aiuta a riconoscere dove stai investendo le tue energie e dove le stai solo consumando. Usato in team, diventa una conversazione: uno spazio in cui riflettere insieme su ciò che conta davvero.
In un workshop aziendale che ho condotto recentemente con un gruppo di senior manager, abbiamo proiettato il Canvas su una parete e chiesto a ciascuno di attaccare post-it con le proprie azioni correnti. I partecipanti apprezzarono soprattutto la possibilità di alzare lo sguardo assieme, e la concretezza: si definirono azioni puntuali da mettere in campo per realizzare quanto emerso, con relative tempistiche e responsabilità.
Il Canvas non è un piano rigido, ma una mappa di consapevolezza temporale. Come scrive Cal Newport in Deep Work (2016), “la capacità di concentrare la propria attenzione su attività rilevanti è una forma di capitale economico e umano.” Il Long Horizon Canvas serve proprio a questo: riallineare l’attenzione alla rilevanza, non all’urgenza.
Esercizio: il One-Page Plan a 7 anni
Una volta tracciato l’orizzonte, serve impegnarsi con sé stessi. Per l’esercizio “One-Page Plan a 7 anni” mi sono ispirato agli studi di Charles Duhigg sul ciclo abitudine-azione-ricompensa (The Power of Habit, 2012).
Si compone di quattro fasi.
Fase 1 – Visualizzazione (Il futuro come scena quotidiana)
Chiudi gli occhi e immagina una giornata ordinaria tra sette anni. Non un giorno di successo straordinario, ma un giorno qualunque che vorresti fosse “normale”. Dove sei? Con chi lavori? Che cosa ti dà energia la mattina? Che cosa ti fa sentire utile la sera?
La ricerca neuroscientifica di Gabrielle Oettingen (Università di New York, 2014) dimostra che la visualizzazione accompagnata da un senso di realismo — non di fantasia — rafforza la motivazione a lungo termine.
Immaginare concretamente la propria quotidianità futura attiva il circuito cerebrale dell’identità e della pianificazione.
È il primo passo per spostare la mente dal “fare” al “diventare”.
Annota in poche righe la tua visione. Non cercare la precisione, cerca la coerenza.
Fase 2 – Selezione (Le decisioni che allungano l’orizzonte)
Scrivi tre decisioni — non obiettivi, decisioni — che, se mantenute con coerenza, estenderebbero il tuo orizzonte temporale.
Esempi:
“Dedicherò ogni settimana 3 ore all’apprendimento che non serve subito.”
“Rifiuterò un progetto ogni semestre, anche se ben pagato, se non coerente con la mia direzione.”
“Costruirò una riserva economica di libertà pari a sei mesi di spese.”
Questo passaggio si fonda su un principio ben noto in economia comportamentale, quello della commitment device (Thaler & Sunstein, Nudge, 2008): creare vincoli autoimposti che proteggano dalle scelte impulsive. Ogni decisione è un piccolo contratto di coerenza con te stesso.
Fase 3 – Commitment (L’alleanza gentile)
Condividi il tuo foglio con una persona di fiducia — un collega, un mentore, un partner. Non per essere giudicato, ma per essere osservato. Come dimostrano le ricerche di Robert Cialdini (Influence, 2021), la semplice pubblicità di un impegno aumenta del 65% la probabilità di mantenerlo.
La responsabilità cresce quando è visibile.
In Bonsay lo chiamiamo Buddy System: una micro-alleanza tra pari per mantenere coerenza nel tempo.
Non serve un coach professionista: serve qualcuno disposto a chiederti, ogni tanto, “come procede?”. È la versione umana della notifica più preziosa: quella verso la tua coscienza.
Fase 4 – Rilettura periodica (La manutenzione del tempo)
Ogni sei mesi, riprendi il foglio e chiediti:
Cosa di ciò che avevo scritto non conta più?
Quali scelte ho mantenuto?
Dove sto ancora agendo per paura, invece che per visione?
Il lungo periodo non è accumulo, è potatura. Come in natura, la crescita sana nasce dalla rimozione del superfluo.
Molte persone, dopo aver svolto l’esercizio, riferiscono di sentirsi più in pace. Studi pubblicati su Harvard Business Review – The Science of Reflection (2022) mostrano che pratiche di riflessione strutturata riducono del 23% la percezione di stress e aumentano del 20% la qualità delle decisioni strategiche.
In altre parole, fermarsi periodicamente non rallenta la performance: la rafforza.
Ecco perché l’esercizio “One-Page Plan” non è una semplice attività di scrittura, ma un atto di leadership personale.
Riscrivere il proprio piano e rileggerlo ciclicamente è un modo per non dimenticare le scelte che contano.
Il Long Horizon Canvas e il One-Page Plan sono, in fondo, puntano allo stesso obiettivo: entrambi servono a ricordarci che il tempo non va riempito, va costruito.




Commenti